Sì. Esatto. Come il fotografo «preme solo un bottone» e il regista «dice solo agli altri cosa fare».
Tutto quello che facevi prima, aperto in quindici schede, è ancora lì dentro. Solo che adesso ci parli.
Il lavoro non è sparito. È stato compresso in un punto·— ed è proprio quello il mestiere.
Non «te lo sei fatto fare». L'hai tirato fuori.
Un prompt è un atto di estrazione: sapere cosa chiedere, da dove, e con quale precisione. La risposta esisteva potenzialmente — il tuo lavoro è stato portarla in superficie.
La differenza tra una domanda pigra e una domanda buona è tutta la differenza che c'è tra il risultato di un altro e il tuo.
Lo «hai solo» ha una lunga e poco gloriosa carriera.
Cambia lo strumento. Non cambia la pigrizia di chi giudica.
Le parti difficili non si sono automatizzate. Si sono solo spostate sotto il prompt.
Una domanda vaga restituisce fango. La domanda giusta è metà del lavoro.
Riconoscere una cazzata sicura di sé richiede di sapere già qualcosa.
Quasi mai è giusto al primo colpo. Lo guidi finché non lo è.
Scegliere tra dieci risposte plausibili quella che vale: quello sei tu.
L'IA non sa cosa stai cercando di fare nel mondo. Tu sì.
Premere «invio» è facile. Rispondere del risultato è un'altra storia.
La macchina non ha tolto il pensiero dal tavolo. L'ha messo tutto sulle tue spalle, più in alto.
Sì, me lo sono
fatto fare dall'IA.
Come tu ti fai fare
il caffè dalla moka.
Lo strumento fa la sua parte. La scelta dei chicchi, l'acqua giusta e il momento di toglierla dal fuoco restano roba da esseri umani.